Call center, i sindacati si rivolgono ai giudici

 

—Antonio Sciotto, 19.2.2014

 

La campagna. "Basta delocalizzazioni selvagge: niente incentivi a chi trasferisce le commesse". Un modulo per gli esposti alle Procure

 

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 All'interno di un call center

© Emblema

 

Porre un freno alla delo­ca­liz­za­zione sel­vag­gia dei call cen­ter, ma soprat­tutto tute­lare i lavo­ra­tori coin­volti, i clienti (sul fronte della pri­vacy e dei dati sen­si­bili), ma anche le finanze nazio­nali: spesso infatti incen­tivi, mobi­lità, cassa inte­gra­zione, vanno a imprese che spo­stano com­messe all’estero, rea­liz­zando così di fatto un «dop­pio pro­fitto», sul fronte del taglio ai costi del lavoro e insieme su quello dell’uso inde­bito di soldi pubblici.

Ieri i sin­da­cati di set­tore – Slc Cgil, Fistel Cisl e Uil­com – hanno pre­sen­tato un cor­poso pro­getto di espo­sti alle pro­cure della Repub­blica di aziende «truf­fal­dine», dif­fon­dendo allo stesso tempo una serie di dati sul danno che le fughe all’estero delle ditte in appalto di call cen­ter hanno pro­vo­cato ai nostri conti pub­blici. Imprese emi­grate in paesi come la Roma­nia o la Tunisia.

Sui call cen­ter in outsour­cing (cioè in appalto per conto di com­pa­gnie tele­fo­ni­che, ban­che, aziende, ma anche uffici pub­blici) sono stati «inve­stiti» negli ultimi 3 anni ben 480 milioni di euro sta­tali: sotto forma di cassa inte­gra­zione (166 milioni), mobi­lità (36), ma anche man­cato ver­sa­mento di con­tri­buti Inps/Inail (188), e incen­tivi euro­pei desti­nati all’occupazione non sta­bile (90).

Ancora, a causa di com­messe «emi­grate» all’estero, nel set­tore si sareb­bero persi, negli ultimi 3 anni, ben 5 mila posti di lavoro: spesso appunto «ammor­tiz­zati» dal pub­blico (non sem­pre i lavo­ra­tori ne hanno diritto, dipende dai contratti).

Sacro­santo è tute­lare chi lavora, certo, ma il tutto diventa discu­ti­bile se le aziende non sono in crisi, ma delo­ca­liz­zano per aumen­tare il pro­prio lucro.

Ma a parte l’uso abu­sivo di fondi nazio­nali uti­liz­zati per rea­liz­zare pro­fitti all’estero, i sin­da­cati con­te­stano altre due poten­ziali vio­la­zioni: 1) se l’attività viene delo­ca­liz­zata, in base al dl 83 del 2012, l’azienda deve comu­ni­care al mini­stero del Lavoro il numero degli addetti coin­volti; 2) ancora, deve comu­ni­care al Garante della pri­vacy quali misure ver­ranno adot­tate per­ché si assi­curi anche all’estero il rispetto delle nostre leggi sui dati sensibili.

Facile imma­gi­nare che nel far west del «prendi l’azienda e scappa» che pur­troppo spesso carat­te­rizza le imprese ita­liane, tutte que­ste dispo­si­zioni pos­sano essere disat­tese: e va ricor­dato che i call cen­ter, a parte maneg­giare i nostri dati per­so­nali, spesso hanno accesso alle carte di credito.

Ma non basta: per­ché la stessa legge pre­vede che «gli incen­tivi all’occupazione nei call cen­ter non pos­sono essere ero­gati ad aziende che delo­ca­liz­zano in Paesi esteri». Anche qui, la man­canza di infor­ma­zione sui «movi­menti» e tra­sfe­ri­menti ope­rati nel set­tore (spesso ignoti agli stessi sin­da­cati), pos­sono por­tare alla vio­la­zione della legge, con imprese che pur avendo delo­ca­liz­zato, arre­cato danno ai lavo­ra­tori in esu­bero e ai fondi pub­blici (usu­fruendo degli ammor­tiz­za­tori), pos­si­bil­mente ai clienti (con un man­cato rispetto delle dispo­si­zioni sulla pri­vacy), arri­vino addi­rit­tura a pren­dere per giunta degli incentivi.

Un dop­pio, tri­plo, qua­dru­plo gua­da­gno abu­sivo che in tempi di crisi diventa fran­ca­mente insop­por­ta­bile: per que­sto Slc, Fistel e Uil­com hanno appron­tato dei modelli di denun­cia alla Pro­cura della Repub­blica, che basterà com­pi­lare con i dati dell’azienda che si vuole segna­lare alle auto­rità, e forse giu­sti­zia sarà fatta.

«È inac­cet­ta­bile che una legge dello stato venga così facil­mente e dif­fu­sa­mente disat­tesa e che un set­tore pro­dut­tivo riceva incen­tivi pub­blici men­tre spo­sta le pro­prie atti­vità all’estero – dice Michele Azzola, segre­ta­rio nazio­nale Slc Cgil, rife­ren­dosi appunto al dl 83 del 2012 – C’è un serio pro­blema di eti­cità e di tutela dei dati sen­si­bili dei cit­ta­dini. Inol­tre, men­tre altri paesi avviano poli­ti­che per ripor­tare nei pro­pri con­fini le aziende con sedi all’estero, in Ita­lia finan­ziamo le aziende per andarsene».

«La spesa che lo Stato ha soste­nuto in tre anni per il set­tore – con­clude Azzola – tra cassa inte­gra­zione, mobi­lità, man­cato ver­sa­mento dei con­tri­buti Inps/Inail e incen­tivi si aggira sui 480 milioni di euro. È ora che que­ste aziende rilan­cino la pro­dut­ti­vità italiana».